DIFFERENZA
IPNOSI TRADIZIONALE/ERICKSONIANA
La differenza tra
l’Ipnosi Tradizionale e l’Ipnosi
Ericksoniana è sostanziale.
L’Ipnosi Tradizionale è caratterizzata da uno stile manipolativo,
impositivo, direttivo. Il paziente subisce in modo del tutto passivo le direttive
dell’ipnotista, gli viene richiesto di abdicare ad ogni volontà e
autonomia. Vengono ricercate le risposte ideomotorie eclatanti, che confermerebbero,
secondo questa scuola di pensiero, il buon andamento della terapia.
Nell’Ipnosi Ericksoniana il terapeuta accompagna il paziente in un percorso
di scoperta e di utilizzo delle proprie risorse inconsce affinché possano
realizzarsi i cambiamenti desiderati. Gli interventi effettuati hanno carattere
apparentemente minimale, l’attenzione del terapeuta è volta
a cogliere i micro-segnali che indicano lo stato attuale del paziente e il
livello
raggiunto nella sua evoluzione personale. Il paziente viene rispettato e
onorato.
Erickson ha intuito attraverso un lungo personale lavoro che entrando in
relazione col mondo dell’”altro” la guarigione avveniva in modo molto
più rapido ed efficace.
Le scoperte di Milton Erickson, psichiatra ed ipnoterapeuta statunitense,
padre dell’ipnosi non direttiva, hanno costituito la premessa necessaria
da cui si sono sviluppate la terapia sistemica, la terapia strategica, la
programmazione
neurolinguistica.
VITA DI ERICKSON
Per uno strano caso, il primo lavoro di Albert [padre di Milton n.d.r] presagiva
quella che sarebbe divenuta la professione di suo figlio: si ritrovò con
un contratto di un anno come infermiere in un ospedale psichiatrico, con
permessi solo saltuari per andare a trovare sua moglie a casa.
Successivamente il sangue vichingo e lo spirito di avventura che in quei tempi
eroici spingeva a esplorare terre sconosciute portarono Albert a rispondere
al richiamo delle miniere d'argento del Nevada.
La famiglia
Erickson viaggiò dunque in treno e in
carro fino ad arrivare nel minuscolo villaggio
di Aurum, nel Nevada. Il viaggio a Ovest fu
difficile, pieno di quei disagi tipici delle
avventure dei pionieri: vi furono carenze di
cibo e d'acqua, rigide notti, forti tempeste
di vento da sopportare, senza contare la resistenza
fisica richiesta per il lungo tragitto.
Una volta
arrivata, la famiglia si stabilì in
una capanna di tronchi dal pavimento di terra,
con tre sole pareti (la quarta era costituita
da una montagna!) in una zona desolata della
Sierra Nevada. Costantemente assillati da penuria
di viveri, i pionieri divennero bravissimi
nel trasformare ciò che avevano a disposizione
in ciò di cui avevano bisogno.
Ad Albert
e Clara piaceva raccontare di quando conservavano
la gelatina nelle bottiglie di whisky - la
gelatina la si poteva tirare fuori con un coltello
- perché i vasi a bocca larga, che erano
di meno, servivano per conservare altri cibi.
Certamente il fatto di crescere in un ambiente
di questo tipo deve avere contribuito a formare
la base di ciò che alla fine avrebbe
caratterizzato gli approcci molto innovativi
alla terapia Milton: l'utilizzare in modo creativo
tutto ciò che è disponibile nella
persona al fine di ottenere cambiamento e guarigione.
L'amore per la natura e lo spirito pionieristico così evidenti nelle
prime vicende della sua famiglia erano ancora un aspetto caratteristico della
personalità di Milton quando lo conobbi, nell'ultimo decennio della
sua vita.
Primi anni della vita
di Erickson: differenze di costituzione e
percezioni alterate
Dato che
Erickson nacque e crebbe in una terra di frontiera
e in campagna, poté avvalersi di poche
istituzioni sanitarie o educative. L'"istruzione" che
si impartiva era di tipo semplice, limitata
all'essenziale, ed è forse per questo
che (a quanto sembra) nessuno si accorse che
il giovane Milton percepiva il mondo in un
suo modo del tutto peculiare.
Molti dei
primi ricordi di Erickson riguardano il modo
in cui, per via di vari problemi di costituzione,
le sue percezioni erano diverse da quelle degli
altri: per esempio, era daltonico; inoltre
era affetto da sordità tonale e non
poteva né riconoscere né eseguire
i ritmi tipici della musica e delle canzoni;
era poi anche affetto da dislessia - un problema
che indubbiamente la sua mente di bambino non
riusciva a capire e che egli riconobbe e capì solo
molti, molti anni dopo.
Le incomprensioni,
le discrepanze e la confusione che derivavano
da queste differenze rispetto alla visione
del mondo che era comune e normale negli altri
avrebbero potuto menomare il funzionamento
mentale di un'altra persona. Nel giovane Milton,
invece, queste differenze crearono a quanto
pare l'effetto opposto: stimolarono la sua
ricerca e la sua curiosità. Ma, cosa
più importante, esse portarono a una
serie di esperienze inusuali che costituirono
la base di una ricerca, durata tutta una vita,
sulla relatività delle percezioni umane
riguardanti tali problemi.
Forse fu
per via della confusione generata da tali difficoltà di
percezione che il giovane Milton imparò a
fare più domande di quante ne faccia
la maggior parte dei bambini della sua età.
Un esempio: prima ancora di avere dieci anni,
Milton volle sapere perché suo nonno
piantava le patate a pancia in su, e sempre
in una data fase lunare. Non contento della
risposta ricevuta, passò a ideare e
mettere in atto il suo primo esperimento controllato:
piantò alcune file di patate con le
gemme rivolte in tutte le direzioni e diverse
fasi lunari; mentre ne piantò altre
seguendo il metodo del nonno. Rimase però molto
male quando il nonno non volle credere che
tutte le file di patate avevano dato gli stessi
risultati!
La poliomielite e la scoperta spontanea dell'ipnosi
Se c'è mai
stato qualcuno che ha impersonato l'archetipo
del medico malato - colui che impara a guarire
gli altri guarendo innanzitutto se stesso -
questi fu Milton H. Erickson. L'esperienza
più formativa nei suoi primi anni di
vita fu la sua prima lotta con la poliomielite
all'età di diciassette anni (il secondo
stacco lo ebbe all'età di 51 anni).
Il modo in cui Milton si
riprese costituisce uno dei racconti di auto-guarigione
e scoperta più affascinanti che io abbia
mai sentito. Quando si svegliò dopo
quei tre giorni, si trovò quasi del
tutto paralizzato: sentiva i suoni molto bene,
vedeva e poteva muovere le pupille, poteva
parlare, con grande difficoltà, ma per
il resto non poteva fare nessun altro movimento.
Nella sua
comunità rurale non esisteva nessuna
struttura per la riabilitazione, e a detta
di tutti egli sarebbe rimasto senza l'uso degli
arti per tutto il resto della sua vita. Ma
la sua acuta intelligenza continuò a
lavorare. Egli imparò, per esempio,
standosene tutto il giorno a letto, a fare
dei giochi con la mente, interpretando i suoni
che gli provenivano dall'ambiente: dal suono
che faceva la porta della stalla nel chiudersi,
e dal tempo che impiegavano i passi a raggiungere
la casa, lui riusciva a dire di che persona
si trattava e di quale umore era.
Poi venne
il famoso giorno in cui i suoi familiari si
scordarono di averlo lasciato da solo, inchiodato
nella sedia a dondolo. (Gli avevano costruito
una specie di primitivo vaso da notte intagliando
un foro nel sedile). La sedia a dondolo si
trovava all'incirca nel mezzo della stanza,
e Milton, seduto in essa, guardava ardentemente
la finestra, col desiderio di esservi più vicino,
in modo d'avere almeno il piacere di poter
guardare la fattoria lì fuori. Mentre
era lì seduto, apparentemente immobile,
preso dai suoi desideri e dai suoi pensieri,
improvvisamente si rese conto che la sua sedia
aveva cominciato a dondolare leggermente. Che
enorme scoperta! Era un caso? Oppure il suo
desiderio di essere più vicino alla
finestra non aveva forse effettivamente stimolato
qualche minimo movimento del corpo, che aveva
cominciato a far dondolare la sedia?
Questa esperienza,
che probabilmente alla maggior parte di noi
sarebbe passata inosservata, portò il
ragazzo diciassettenne a un periodo di febbrile
esplorazione di sé e di scoperta. Milton
stava scoprendo da solo il principio ideomotorio
fondamentale dell'ipnosi esaminato da Bernheim
una generazione prima: che il solo pensiero
o la sola idea di un movimento potevano portare
all'effettiva esperienza di un movimento automatico
del corpo.
Nelle settimane
e nei mesi che seguirono, Milton andò a
ripescare tutti i suoi ricordi sensoriali per
cercare di reimparare a muoversi. Per esempio,
si guardava per ore e ore la mano, e cercava
di ricordare che sensazione gli avevano dato
le dita quando tenevano un forcone. A poco
a poco si accorse che le sue dita cominciavano
a fare dei piccoli scatti e a muoversi leggermente
in modo scoordinato. Continuò sino a
che i movimenti diventarono più ampi,
e lui potè controllarli coscientemente.
E in che modo la mano afferrava un ramo d'albero?
Come si muovevano le gambe, piedi e dita quando
si arrampicava su un albero?
Non erano
semplici esercizi di immaginazione; erano esercizi
di attivazione di reali ricordi sensoriali
- ricordi che ri-stimolarono la sua coordinazione
senso-motoria tanto da permettergli di guaririe.
Ma perché potesse guarire era necessario qualcosa di più della
semplice introspezione: l'osservazione del mondo esterno. Fortunatamente in
quel periodo la sua sorella minore, Edith Carol, stava appena imparando a camminare.
Milton iniziò una serie di osservazioni giornaliere nelle quali notava
il suo modo (soprattutto inconscio) di imparare a camminare, in modo da poterlo
copiare consapevolmente, e così costringere il proprio corpo, a fare
lo stesso.
Dopo undici mesi di questo intensivo allenamento, Milton camminava ancora sulle
stampelle, ma stava imparando rapidamente a camminare in modo sempre meno faticoso,
in modo da sottoporre a minima tensione il suo corpo.
Non disponendo
delle risorse finanziarie che gli potessero
garantire un viaggio pieno di comodità,
Milton si preparò a lasciarsi in questo
viaggio con soli quattro dollari in tasca e,
come sperava, un amico al suo fianco.
Dato che
la sua capacità di guidare una canoa
era nel migliore dei casi irrisoria (immaginatevi
di lottare per far entrare e uscire dall'acqua
una canoa reggendo contemporaneamente un paio
di grucce!), sembrava evidente che un compagno
sarebbe stato non solo opportuno, ma anche
indispensabile.
Tuttavia
all'ultimo momento il suo amico decise di non
partire, cosicché l'indomito Milton
si mise in viaggio tutto da solo nel giorno
che aveva stabilito. (Ebbe l'accortezza di
non dire ad Albert e Clara che il loro figlio
inesperto e handicappato si riprometteva di
scendere da solo lungo le rapide). Equipaggiato
con riserve di cibo per due settimane, il necessario
armamentario per cucinare, una tenda e un certo
numero di libri, Milton si mise a discendere
la corrente con l'intenzione di procedere in
quella direzione sino al momento di invertire
la marcia. Darsi una precisa destinazione,
a suo avviso, non avrebbe fatto che rendere
tedioso il viaggio.
Lungo la
strada gli capitarono molte piccole avventure.
All'inizio del viaggio se ne uscì a
pescare un mattino presto, ma non fu in grado
di uscire nuovamente dal lago sino al pomeriggio:
i forti venti, uniti alla sua debolezza fisica
lo costrinsero a molte ore di dura lotta. Ben
presto, tuttavia, divenne bravissimo nel sollecitare
in modo indiretto l'aiuto degli altri in tutte
quelle situazioni che non riusciva ad affrontare
da solo, come superare una diga e così via.
Riuscì anche a farsi invitare a pranzo più di una volta da qualche
campeggiatore, e con loro passava il pomeriggio attorno a una tavola piena
di cibo scambiando racconti d'avventure. Sembrava che gitanti e campeggiatori
trovassero qualcosa d'affascinante nel giovane Milton. (Ed effettivamente questo
suo disporre le cose in modo che gli altri gli dessero 'spontaneamente' aiuto
era valso a Milton il soprannome di "Eric il Tasso", affibiatogli
dai compagni di scuola del Wisconsin. Quante volte, metà contenti e
metà pieni di rammarico non si erano trovati a concedere, senza nemmeno
sapere perché, certi vantaggi in situazioni di competizione a questo
curioso ma astuto ragazzo di campagna!)
.
Qua e là nel suo viaggio, Milton trovò lavoro temporaneo presso
vari contadini, guadagnando così abbastanza denaro da costruire le proprie
provviste. Scoprì anche che la sua capacità di cucinare poteva
essere usata come mezzo di scambio: riuscì infatti a pagarsi una parte
del suo viaggio lunga 400 chilometri semplicemente cucinando per due giovani
che stavano avendo un'avventura estiva simile alla sua.
All'epoca
in cui Milton cominciò il viaggio di
ritorno, la sua forza muscolare era aumentata
al punto che era in grado di pagaiare contro
corrente e, cosa più importante, di
trasportare la canoa senza bisogno d'aiuto.
Alla fine del viaggio durato dieci settimane,
l'elenco delle cose che aveva fatto era ancora
più notevole: aveva navigato per quasi
duemila chilometri di fiume, ricorrendo esclisivamente
alla propria intelligenza e alle proprie risorse;
aveva iniziato il viaggio con quattro dollari
e lo terminava con otto; era partito sulle
stampelle e tornava zoppicando in modo solo
leggero (ma permanente); e per finire quando
era partito era un debole malaticcio, e al
ritorno era un robusto giovane con un nuovo
senso di fiducia, di orgoglio e di autonomia
personale.
Così rianimato
e rafforzato dall'eroica avventura estiva,
Milton tornò al college sprizzante d'energia
e di determinazione a colmare le prime lacune
della semplice educazione ricevuta.
Un tratto assolutamente originale e distintivo di queste prime ricerche di
Erickson era costituito dalla sua attenta osservazione del sottile intergioco
tra i meccanismi mentali dello stato di veglia e quelli dello stato di trance.
Erickson dimostrò in che modo gli stati alterati e i fenomeni di trance
costituissero anche parte normale della vita di tutti i giorni. Questa sua
intuizione costiuì il principio di base dei suoi successivi studi sulla
psicopatologia, oltre che per lo sviluppo degli approcci naturalistici e di
utilizzazione all'ipnoterapia.
In questo
modo Erickson trasformò la vecchia concezione
autoritaria dell'ipnosi in un approccio permissivo
e di facilitazione. Ora non c'erano più suggestioni
meccaniche impresse in modo automatico nella
mente 'vuota' della persona in trance; piuttosto,
Erickson vide lo stato ipnotico di trance come
uno stato di dinamica complessità e
individualità, nel quale le capacità personali
del soggetto potevano essere utilizzate per
facilitare il processo di guarigione.
All'età di ventitré anni, quando era ancora studente in medicina,
Erickson si sposò per la prima volta. Da questo matrimonio, che durò dieci
anni prima di finire con un divorzio, egli ebbe tre figli. So molto poco delle
sue vicende personali in quel periodo della sua vita, ma dai pochi riferimenti
casuali che Erickson vi ha fatto, appariva molto evidente che l'isolamento
sociale e culturale cui era stato soggetto nei primi anni di vita gli aveva
lasciato una certa ingenuità in campo sociale, e una certa carenza di
capacità di giudizio riguardo ai rapporti con gli altri. In ogni caso
il dolore e la confusione che gli derivano da questo primo sfortunato matrimonio
lo portarono a focalizzare la sua attenzione sul capire le donne e i rapporti
umani.
Sentiva
di essere cresciuto con molte significative
lacune nella comprensione degli altri, e per
tutta la sua vita d'adulto dovette lavorare
coscienziosamente per colmarle. Quando lo conobbi,
sulla settantina, era suo principio fondamentale
ritenere che tutti gli adulti normali avessero
lacune del genere, che anch'essi dovevano colmare,
continuando a imparare su se stessi per tutto
l'arco della vita.
Sino al
momento del primo matrimonio, Erickson si era
dovuto per forza concentrare soprattutto sui
suoi problemi di salute fisica e di benessere
mentale. Ora si rendeva conto che doveva espandere
la propria attenzione al di là di se
stesso, anche alle difficoltà dei rapporti
di coppia e con gli altri. Questa lezione appresa
a così caro prezzo divenne dunque un'altra
delle strade che con sofferenza personale lo
portarono a essere pioniere in un nuovo campo
professionale: Erickson fu infatti negli anni
Quaranta e Cinquanta uno dei primi psichiatri
che in seduta trattassero coppie e famiglie
tutte intere.
Primi anni di ricerca
Nel 1928,
subito dopo essersi laureato all'Università del
Wisconsi, Erickson entrò a fare internato
come medico al Colorado General Hospital e
come psichiatra al Colorado Psychopathic Hospital.
Successivamente venne nominato assistente allo
State Hospital for Mental Diseases di Howard,
Rhode Island (1929-1930). La sua tesi di laurea
aveva avuto come tema la deficienza mentale,
e ora egli ampliò il lavoro svolto,
esplorando i rapporti tra fattori quali intelligenza,
matrimonio, abbandono e crimine. Le sue conclusioni
vennero riportate da svariate riviste mediche,
di scienze sociali e di diritto in una serie
di sette articoli pubblicati tra il 1929 e
il 1931.
Fu solo
all'epoca dei vari incarichi che ricoprì al
Worcester State Hospital del Massachusetts
(1930-1934), in cui iniziò da giovane
medico e terminò come psichiatra primario
dei servizi di ricerca, che pubblico il suo
primo scritto riguardante l'ipnosi: "Possibili
effetti nocivi dell'ipnosi sperimentale".
In questo scritto si occupava della prima cosa
che aveva dovuto fare in un ambiente ospedaliero
e professionale che inizialmente era ostile
a quella che molti consideravano un'arte misteriosa
e temibile: ed egli invece dimostrò sperimentalmente
che l'ipnosi era un procedimento che non comportava
pericoli.
In questo
primo periodo l'ipnosi era ancora considerata
una forma di sonno. Con la diffusione della
teoria pavloviana, il concetto di sonno era
stato elevato a quello di 'inibizione corticale'.
Ma Erickson non era affatto d'accordo. Le sue
proprie esperienze di vita lo portavano a considerare
l'ipnosi come uno stato alterato nel quale
il soggetto provava un'attenzione intensa ma
focalizzata su un ambito più ristretto.
Alla fine
del suo incarico a Worcester, Massachusetts,
nel 1934, anche il primo matrimonio di Erickson
era finito. Aveva trentatré anni ed
era padre di tre bambini piccoli dei quali
doveva prendersi cura, una posizione a quell'epoca
alquanto inusuale per uno psichiatra inusuale.
Tuttavia, quando accettò la nomina successiva
al Wayne County General Hospital a Elise, nel
Michigan, egli iniziò un nuovo capitolo
di approfondita ricerca nella sua vita personale
e professionale.
Nel giro
di un anno, poi, incontrò Elisabeth
(Betty) Moore, che sarebbe divenuta sua moglie,
la sua collega di ricerca, la madre dei suoi
tre figli (e successivamente di altri cinque).
La nomina di Erickson a Eloise - dapprima come direttore della ricerca psichiatrica
(1934-39) e successivamente come direttore della ricerca e formazione psichiatrica
(1939-48) - offrì la sede per le sue principali ricerche sperimentali
sulla natura e la realtà dei fenomeni ipnotici. L'ambito di questi studi
andava dagli esperimenti di laboratorio, attentamente controllati, sulla sordità ipnotica
e la cecità ai colori (con l'aiuto di sua moglie), sino alla ricerca
sui complessi e le nevrosi significative per il lavoro clinico, indotte per
via ipnotica. La fantastica abilità di Erickson nell'utilizzazione degli
stimoli minimi e delle forme indirette di suggestione lo portò alla
pubblicazione di una serie di scritti sulla dimostrazione sperimentale dei
meccanismi mentali freudiani e sulla presenza dei processi inconsci sia nella
'psicopatologia della vita quotidiana', sia nelle sindromi psichiatriche gravi.
Benché molto
del suo lavoro nel corso di questo periodo
fosse a sostegno della teoria psicoanalitica,
Erickson non si considerò mai un freudiano,
né, del resto, un seguace, di nessuna
scuola particolare. Ed effettivamente egli
deplorò spesso l'esistenza delle varie
scuole di psicologia e di psichiatria, perché secondo
lui i loro seguaci dimostravano troppo spesso
un'immatura rigidità (o 'limiti appresi')
non facevano che inibire una ampia esplorazione
libera, e per tutta la sua carriera egli stesso
non volle legarsi a nessuna teoria. Era un
genio nel campo della percezione e della comunicazione
e provava un enorme piacere nello studio e
nell'impiego terapeutico dei mezzi datici dalla
natura; e tuttavia su questi mezzi non sentiva
alcun bisogno di costruire impalcature teoriche
d'alcun genere.
La maturità professionale
Il successivo
passo importante nella carriera di Erickson
si ebbe quando accettò la carica di
direttore dell'Arizona State Hospital a Phoenix,
in Arizona (1948-49). Questo trasferimento
nel clima secco e caldo dell'Arizona fu motivato
in parte dai dolori che gli causava il freddo
clima del Michigan e in parte dalle molteplici
allergie che lì lo avevano tormentato.
Il sovraintendente
all'ospedale dell'Arizona era John A. Larson,
un medico e ricercatore inusitatamente capace,
uno studioso che aveva compiuto molte delle
prime ricerche sul poligrafo. I rapporti con
Erickson sul piano intellettuale erano eccellenti,
e insieme essi intendevano mettere in atto
un programma all'avanguardia nella ricerca
e nel trattamento. Il primo anno la famiglia
Erickson visse in un'ala annessa all'ospedale,
ma a quel punto Larson venne chiamato ad altri
incarichi ed Erickson iniziò un'attività privata
impiantando casa e studio a Cypress Stret,
al centro di Phoenix.
Il passaggio
all'attività professionale privata malgrado
i principali interessi di Erickson vertessero
nel campo della ricerca, fu dovuto ancora una
volta a cause di salute. Benché il caldo
secco e l'aria pulita dell'Arizona fossero
d'aiuto nel ridurre i crampi muscolari e le
allergie da cui era stato provato nei climi
più freddi, Erickson era tutt'ora soggetto
a momenti di vertigine, disorientamento, grave
debilitazione. La fonte di questi problemi
i medici l'attribuirono a "strascichi
della poliomielite, forse di poliencefalite".
Per quanto si potesse sentire bene, c'era sempre
per lui la possibilità di provare dolore
e non essere in grado di muoversi.
Il fatto
d'avere lo studio in casa gli avrebbe permesso
di prendersi delle pause tra un paziente e
l'altro, durante le quali avrebbe potuto riprendere
con l'autoipnosi controllo sul dolore; ciò avrebbe
mantenuto le spese professionali al minimo,
rendendogli contemporaneamente disponibile
il costante sostegno e le cure di sua moglie;
infine gli avrebbe permesso di rimanere vicino
ai suoi cani e ai suoi bambini, con i quali
aveva sempre un intenso rapporto di maestro,
tutore, buffone, narratore di aneddoti e storie
sagge, nonché affettuoso compagno.
Adottare
questo stile di vita meno faticoso si rivelò effettivamente
una scelta perspicace. Nel giro di pochi anni
infatti, all'età di cinquantuno anni,
Erickson provò la rara tragedia di un
secondo attacco di poliomielite. A questo punto
della sua vita il dolore divenne suo costante
compagno.
Ciò era dovuto in parte al graduale e inevitabile deterioramento del
tessuto muscolare che avviene per via della poliomielite, e in parte agli effetti
residui delle torsioni e delle pressioni inusuali che aveva imparato a dare
alla sua colonna vertebrale negli anni passati nei suoi tentativi di mantenere
una posizione del corpo più normale possibile.
Per tutto
il corso della sua vita Erickson mal sopportò le
affermazioni della parapsicologia, la fede
religiosa nei miracoli, o gli entusiasmi popolari
riguardo a una presunta 'energia psichica'.
Per Erickson
l'ipnosi era un fenomeno naturale che utilizzava
processi fisiologici ordinari quali il ricordo,
la dimenticanza, la dissociazione, la reinterpretazione
cognitiva dei sistemi di credenze. Di solito
per aiutare il paziente a raggiungere quei
risultati apparentemente miracolosi era richiesta
una gran mole di addestramento, intelligenza
e lavoro da parte del terapeuta.
Se al paziente e all'osservatore abituale questi sembrano miracolosi, è solo
perché non conoscono tutte le vicende e l'attenta programmazione necessaria
per ottenere gli effetti ipnotici.
E' vero
che a volte le circostanze socio-culturali
possono combinarsi spontaneamente in modo tale
da far pensare a un miracolo che si sia prodotto
senza sforzo e per il tramite di qualche entità sovrannaturale
(si pensi ai santuari, alle riunioni di fedeli,
all'effetto prodotto da pittoreschi ciarlatani,
ecc.), ma il comune terapeuta dovrebbe conoscere
tutto il possibile sulle scienze della psicologia,
dello sviluppo umano del linguaggio, della
comunicazione e della cultura.
Ciascun
paziente è un microcosmo unico che deve
essere compreso appieno se si vuol riuscire
a sintetizzare un adeguato approccio che utilizzi
le sue potenzialità individuali. Anche
se esistono certi principi generali di trattamento
de eseguire, qualsiasi intervento ipnoterapeutico è necessariamente
sperimentale. Con l'impegno, l'intuito e molta
pratica, questi approcci ipnoterapeutici possono
divenire quasi una 'seconda natura' per il
terapeuta, cosicché alla fine si ottengono
buoni risultati in modo apparentemente privo
di sforzo.
Gli anni della leadership
Il fatto
di lavorare a casa significò per Erickson
ritirarsi in disparte. Al contrario, non appena
sifu ripreso dal secondo attacco di poliomielite
si trovò tanta energia a disposizione
da iniziare il periodo più pieno e soddisfacente
della sua carriera, come amico, terapeuta,
maestro e consulente - e alla fine come leader
nazionale e mondiale nell'ipnosi clinica.
A questo
punto Erickson incominciò a tenere lezioni
e conferenze dietro invito in vari college
locali e in seminari rivolti a colleghi. Agli
inizi degli anni Cinquanta partecipò alle
lezioni tenute a psicologi, psichiatri e dentisti
nei seminari di ipnosi di Los Angeles, insieme
a Lesile LeCron e altri.
In quello
stesso periodo conobbe Aldous Huxley, con il
quale trovò un'eccellente affinità sul
piano intellettuale. La mente eccezionale di
Huxley, provò sotto la guida di Erickson
alcuni affascinanti fenomeni ipnotici. I due
si ripromettevano di effettuare un lavoro congiunto
sulla coscienza e gli stati alterati, ma i
loro manoscritti non ancora portati a termine
andarono purtroppo distrutti in un incendio
che bruciò completamente la casa di
Huxley. Erickson impiegò però alcuni
degli appunti presi nelle loro sedute ipnotiche
per scrivere successivamente uno dei suoi più geniali
e coloriti racconti: "Una indagine speciale
condotta con Aldous Huxley sulla natura e il
carattere dei vari stati di coscienza".
Sino al
momneto in cui comparve sulla scena Erickson,
nel campo dell'ipnosi clinica c'era stato il
vuoto. Non cerano, semplicemente, molti professionisti
che la impiegassero: sembrava che le vecchie,
autoritarie tecniche ipnotiche non si confacessero
a una cultura democratica alla spasmodica ricerca
di se stessa.
In America,
l'unica organizzazione professionale di una
qualche importanza era la Society of Experimental
and Clinical Hypnosis, composta soprattutto
da accademici che si concentravano sulla ricerca,
più che sulla pratica. Fu in questo
vuoto che comparve Erickson, il quale,con i
suoi approcci i diretti e permissivi che utilizzavano
l'insight e i meccanismi mentali, diede inizio
a una grande rinascita dell'ipnosi nel mondo
clinico, nelle sue applicazioni nei campi della
medicina, dell'odontoiatria e della psicologia.
Erickson
si lanciò ora nel periodo più impegnato
della sua vita. Aveva una famiglia sempre crescente,
composta di otto figli, una schiera sempre
più numeroso di cani di tutte le razze,
e una fama sempre più vasta come scrittore,
consulente e insegnante. La gamma delle sue
attività era estremamente variegata:
era consulente di gruppi disparati quali la
squadra americana di tiro al bersaglio, enti
governativi che si interessavano allo studio
degli incidenti aerei, nonché atleti
di primo piano che cercavano di accrescere
le loro potenzialità e risultati tramite
l'ipnosi. Le sue conferenze a gruppi di professionisti
si estesero a tutto il paese, tanto che di
solito mancava da casa almeno una settimana
al mese. Venne acclamato in svariati paesi
quando diede dimostrazioni di ipnosi di fronte
a gruppi di professionisti, e non potendo parlare
la lingua del luogo inventò le spettacolari
tecniche mimate di induzione ipnotica. Il modo
in cui le elaborò è descritto
in "Tecniche mimate nell'ipnosi e le loro
implicazioni".
Il saggio di Phoenix
L'umile
studio-casa di Cypress Street costituiva un'esperienza
umana per tutti coloro che venivano a varcarne
la soglia. Nel soggiorno di famiglia che fungeva
anche da sala d'aspetto i pazienti s'imbattevano
sempre in simpatici cani e bambini. C'era un
cane bassotto di nome "Roger" che
si rilassava talmente, sdraiato in mezzo alla
stanza, che i pazienti spesso cadevano in fantsasticheria
e stato di trance semplicemente guardandolo.
Erickson considerava che ciò gli facilitasse
il lavoro.
Ed effettivamente
non si trattava tanto di un rapporto medico-
paziente quanto piuttosto di un rapporto famigli-paziente.
I bambini avevano l'abitudine di fare dei disegni
per i pazienti, e avvenivano scambi di piccoli
doni. La famiglia sapeva sempre quando un paziente
migliorava o peggiorava, e talvolta poteva
anche avvenire che nel cortile retrostante
la casa venissero messi in atto metodi di trattamento
estremi: in almeno un'occasione Erickson mise
sotto chiave gli stivali di un paziente alcolizzato,
in modo che non potesse fuggire dal cortile
dove si stava disintossicando mentre per pagarsi
la pigione badava ai cani e al giardino!
Un altro
paziente che dovette essere ospedalizzato venne
'adottato' dalla famiglia: dopo che fu dimesso
dall'ospedale gli regalarono un cane, che venne
tenuto a casa degli Erickson (dato che lui
non poteva tenerlo nel suo appartamento), e
per anni egli venne a trovare ogni giorno il
cane e la famiglia - e a tutt'oggi continua
le sue visite regolari.
Dato che
studiando e compensando le proprie carenze
Erickson aveva raggiunto un modo di vedere
il mondo davvero unico, era chiaro che il suo
modo di concepire i rapporti umani fosse diverso
da quello dei suoi colleghi. Così, anche
se aveva molto in comune coi suoi colleghi,
c'erano sempre, anche con coloro che lo conoscevano
meglio ,differenze di percezione e di comunicazione.
Pur avendo
effettuato ricerche su concetti psicanalitici
fondamentali con un teorico freudiano, Lawrence
Kubie, e pur condividendo opinioni e progetti
con altri eminenti pensatori quali Aldous Huxley,
Margaret Mead e Gregory Bateson, Erickson rimase
sempre un professionista sui generis, al centro
dell'identità professionale del quale
rimanevano sempre le sue straordinarie capacità operative.
Nessuno poteva negare i brillanti e inusitati
effetti che riusciva a ottenere in ipnosi,
ma pochi potevano capire o riprodurre il suo
operato. Ciò ha portato a molta confusione
ed errori d'interpretazione circa il contributo
di Erickson, e rimane tutt'oggi un problema
ancora aperto, anche tra coloro che vorrebbero
seguirlo: come può il professionista
medio, con tutti i limiti appresi dalla nostra
cultura media, imparare a ottenere quei risultati
molto efficaci ma sempre unici che erano il
prodotto di un'intelligenza così particolare
come quella di Milton H. Erickson?
A mio avviso
anche questo breve profilo della vita di Erickosn è importante
per capire la fonte della sua genialità,
spesso trascurata da coloro che cercano di
emulare i suoi brillanti risultati tecnici.
La tecnica di Erickson proveniva dalle ferite
della sua carne; la sua originalità come
terapeuta aveva radici della sua lotta di vita
o di morte per far fronte alle sue carenze
congenite e alla malattia che lo paralizzava.
Io sono convinto che la vera fonte della sua
efficacia come terapeuta sia questa: i pazienti
avvertivano a svariati livelli che le capacità di
Erickson come terapeuta derivavano da autentiche
esperienze e conoscenze personali. Era davvero
il medico sofferente che aveva imparato a guarire
gli altri guarendo se stesso.
E ciò vale
anche per tutti coloro tra noi che sentono
un'autentica vocazione per questa professione.
Ognuno di noi, in un modo o in un altro, ha
qualche ferita. La nostra riuscita sempre parziale
nel guarire le nostre ferite ci porta alla
vocazione di esplorare insieme agli altri ulteriori
modi di adattarci alla nostra comune condizione
umana e di ampliarne le possibilità.
I pazienti
hanno ragione a risentirsi quando sentono di
subire una manipolazione per mezzo di 'aride
tecniche', impiegate da un operatore che non
ha alcun rapporto personale o conoscenza della
fonte dei problemi e della malattia che sono
in tutti noi.
Questi operatori cercano d'impiegare la tecnica come mezzo di potere e prestigio
per controllare gli altri. Ma l'inconscio dei pazienti, naturalmente, avverte
tutta la superficialità di questa vuota messinscena, e nulla cambia
davvero; non fanno che manifestarsi delle 'resistenze'. Anche se cambia un
sintomo, non è ancora avvenuto nessun profondo coinvolgimento con quelle
fonti interne di malattia e creatività, che è il vero scopo di
tutto il lavoro terapeutico.
E' proprio
a questo fine che è dedicata questa
breve rassegna della vita di Erickson, e anche
questi volumi sui suoi seminari, gruppi di
lavoro e conferenze: rispondere alla domanda
su come ciascuno di noi possa generare un più efficace
rapporto con le fonti e i problemi del nostro
essere unici, e su come possiamo affinare queste
capacità per aiutare gli altri ad affrontare
i dilemmi della nostra comune condizione umana.
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